Vanity Fair Italia October 15, 2014

Se lei e io siamo seduti qui d parlare è per via della rivoluzione industriale e dei carburanti fossili». mi dice David LaChapelle. L'affermazione è meno bizzarra di quanto possa sembrare. Partiamo. intanto, dall'occasione del nostro incon-tro. ovvero una sua mostra fotografica alla galleria Robilant+Voena di Milano. L'esposizione si intitola Land Scape e consiste in immagini di raffinerie petrolifere virate in colori pastello.

Questa almeno è la prima impressione. In realtà, si tratta di modellini costruiti con materiali riciclati: cannucce, bicchie-ri di plastica. bigodini. caricabatterie. «Il mio obiettivo», spiega, «è attirare l'attenzione delle persone. Se guardi queste immagini da lontano, sembrano reali. Ma appena ti avvicini, capisci che c'è qualcosa di strano. Sono foto ritoccate al computer? Fai ancora qualche passo avanti e riconosci i singoli pezzi che le compongono. Molte immagini che hanno come tema l'ecologia sono sgradevoli da guardare. Io uso il colore. la bellezza perché voglio che le persone si fermino a osservare, si prendano tempo per riflettere».

Quella milanese, però, è solo la prima tappa del viaggio in Italia di LaChapelle. Il 4 ottobre, infatti, era in Toscana, per l'anteprima mondiale di una sua opera, Rapture Of the Grape, che rimarrà in esposizione permanente nella cantina Rocca di Frassinello (progettata da Renzo Piano), e che è ripresa in versione etichetta su una serie limitata di bottiglie nate per celebrare il decimo anniversario di attività dell'azienda vinicola. Ma tornando alla rivoluzione industriale, quello che LaChapelle vuole dire è che tutti quelli che sono nati dagli anni

Sessanta in poi (lui è del 1963) hanno ereditato un mondo che si regge sul petrolio. Che, in molti casi, è questa la ragione per cui sono ancora vivi, ma anche che, per la stessa ragione, potremmo estinguerci presto.

Ma c'è anche un altro motivo, più personale, per cui il fotografo che ha costruito la sua notorietà con la moda e le celebrity, e che ha lavorato per tutte le riviste patinate più importanti del mondo, adesso è qui a parlare di raffinerie: un «no» detto otto anni fa.

«Per quasi trent'anni non ho mai rifiutato un lavoro. Siccome non avevo finito gli studi alle superiori, credevo che se mi fossi fermato avrei perso tutto. Pensavo: "Se non pubblico su quella rivista, se non faccio quella copertina, la gente si dimenticherà di me". Un amico che è stato dipendente dalla marijuana per un decennio mi ha detto: "Non sono cresciuto nemmeno un po' come essere umano. Ho perso tutto quel tempo." Lo stesso è successo a me: lavoravo, lavoravo e non avevo modo di pensare, di riflettere su niente».

Finché, un giorno, LaChapelle si è trovato a girare un video con Madonna. «Era difficile, cattiva, per due settimane non ha fatto che urlarmi contro. Alla fine ero cosi stressato che ho mollato tutto e me ne sono andato. Ho detto "no” per la prima volta nella mia vita».

Da allora, racconta, si è sentito liberato, «avevo rinunciato a un incarico e non mi era successo niente di terribile. A quel punto potevo fare lo stesso con altri. Non ho lasciato perché sono "scoppiato", ero all'apice della mia carriera, ma sentivo, come essere umano, di aver bisogno anche di altro».

Poco dopo, LaChapelle ha acquistato un terreno, un'ex colonia nudista, a Maui, alle Hawaii, con una casa nella foresta, il suo sogno fin da quando era bambino.

Era il 2006 e lui disse: «Non sono più un fotografo. Da adesso sono un agri-coltore».

Sei mesi dopo. però, arrivò la telefonata di una galleria d'arte. Gli chiesero se voleva realizzare una mostra per loro, «fai quello che vuoi», gli dissero.

«Eppure pensavo di avere davvero finito con la fotografia», dice, «sapevo di avere ancora molto da esprimere, ma con la moda avevo chiuso e credevo che nessuna galleria potesse prendermi sul serio».

Non che non avesse amato la moda. «Anzi, l'ho amata tantissimo. Fino al giorno in cui è finita. Come succede in una relazione: sei innamorato di una persona fino alla mattina in cui ti svegli e capisci di non provare più lo stesso». Oggi, trascorre metà del tempo in California e l'altra metà a Maui nella sua fattoria eco-sostenibile: «Abbiamo capre, polli, anatre, coltiviamo frutta e verdura. Ma non per vendere: mangiamo quello che produciamo». Dice che, nella sua vita, c'è maggiore equilibrio, «il che vuol dire piú tempo per pensare, per giudicare le tue azioni, chiedere a te stesso se hai sbagliato a dire una certa cosa a una persona e se non sia il caso di scusarti. Vuol dire diventare più gentili, maturi».

Gli chiedo quanto la voglia di smettere fosse dipesa dalla fatica di lavorare con le celebrity.

Mi risponde: «Dipende. A volte può essere meraviglioso, a volte è un incubo. Alcuni sono viziati, si sentono autorizzati a fare e a dire qualunque cosa». Per quelli che si sono fidati di lui il premio sono immagini entrate a far parte della cultura pop degli ultimi decenni: Leonardo DiCaprio adagiato su un letto di frutta, Eminem nudo con un candelotto accesso a coprirgli i genitali. «Come li convincevo? Semplicemente con la mia sincerità: onestà ed entusiasmo sono contagiosi. Non ho mai scattato una foto per far apparire qualcuno brutto o per fare del male. Ho sempre cercato di celebrare i personaggi che ritraevo».

Tra i suoi scatti più noti ci sono quelli di Michael Jackson. che lui considera uno dei tre artisti che lo hanno influenzato di più: «Michelangelo, Jackson e Andy Warhol, per me, hanno raggiunto gli stessi livelli sebbene in campi diversi. Hanno la stessa capacità di emozionare», spiega.

In quelle foto, realizzate poco prima della sua morte, il cantante appariva fra le braccia di Cristo e in versione angelo. I riferimenti religiosi sono una costante nelle immagini di LaChapelle. «So-no cresciuto cattolico», dice. «Nella mia famiglia ci sono parecchi preti e suore. Marx sosteneva che la religione è l'oppio dei popoli. Be'. io per vivere ho bisogno di un po' di oppio. Sarebbe deprimente credere che non ci sia niente oltre la morte del corpo. Io sono convinto che la vita non finisca, anche se non so che co-sa ci sia dopo».

Poi racconta che in meno alla foresta ha fatto costruire una chiesa, «un luogo dove le persone possono andare a pregare, meditare, ascoltare musica». Gli domando se abbia mai preso in considerazione di sposarsi, di avere figli. «Non escludo di potermi sposare magari proprio in quella chiesa. Mentre i figli non fanno per me. Sono gay, quindi non sono nato per avere bambini, almeno questo è quello che penso. Inoltre, sono troppo coinvolto nei miei progetti, sarei un genitore egoista. Ma un giorno mi piace-rebbe creare una fondazione per aiutare i giovani perché, a differenza di quan-do ero un ragazzo io, nessuno più investe soldi per insegnare arte nelle scuole. Lo trovo terribile».

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