Vanity Fair Italia February 2012

Arrivano freschi freschi da Los Angeles, saturi di colore e di dettagli - protesi, sigarette, flebo e carta igienica - i fiori con cui David LaChapelle definisce la sua sterzata. Dalle star allo stare con se stesso, dalla California più sfrenata alla quiete delle isole Hawaii, dove il fotografo più famoso al mondo, già associato a celebrities ed eccessi quantomeno scenografici, si rifugia appena può. Per esempio ora, prima di affrontare il debutto dei suoi bouquet con un tour in Europa. Dieci immagini, stampate maxi, quasi due metri d’altezza, tre le edizioni, tridimensionale l’effetto ottico, tripla la presentazione: Londra/Milano/Saint Moritz, a due giorni di distanza una dall’altra. Si parte il 13 febbraio in Dover street, galleria Robilant+Voena, per finire al Dracula Club, Saint Moritz, nella notte di venerdì 17, il 15 tocca all’Italia, sede milanese della stessa galleria. Intanto, l’artista è in mezzo alla giungla. E’ lì che lo raggiungiamo, nella sua casa hawaiana immersa nel silenzio, unica compagnia l’eco della cornetta. Al telefono, la linea non è delle migliori, David non sente quasi, ma non si lamenta, anzi, è paziente, rallenta i tempi, come tornasse al telegrafo. Insomma, non fa la rockstar capricciosa: quelle – le rockstar capricciose - le ha solamente immortalate senza lasciarsi contagiare. Con immagini e videoclip così puntuali sul tempo– l’universo abitato da Madonna e Lady Gaga, trans, modelle e tutto lo star system hollywoodiano - da diventare iconiche, all’istante. LaChapelle le cattura senza esserne succube: è il mondo contemporaneo, lui semplicemente lo cristallizza, a tinte pop. Come la Naomi botticelliana presentata a Londra nel 2010, parte della serie Rape of Africa, stupro dell’Africa. Ora via tutti: dell’umanità si parla attraverso i fiori. Basta con gli eccessi, basta con quei faticosi alti e bassi dello spirito finalmente domati, con tanto nuoto e l’attenzione rivolta alla voce interiore. LaChapelle é entrato in un altro capitolo.

Una torta con candeline e mollette da bucato, santini e scarafaggi, bicchieri rotti e zampe di gallina. In queste foto c’è una quantità maniacale di dettagli in scena.
“Nelle nature morte ogni elemento serviva come simbolo, per raccontare una storia. Qui racconto le stagioni della vita: la bellezza si trova in ogni stadio, bisogna riconnettersi ai ritmi naturali”.

Anche Andy Warhol e Jeff Koons si sono confrontati con i fiori.
“Ci ho sempre pensato, fin da giovanissimo, e con un certo misticismo. Poi ci sono tornato, come a chiudere un cerchio”.

Natura e fiori, ma fuori il mondo è digitale
“Siamo sotterrati da cellulari, tecnologia e social network. Pensando di essere connessi, ci isoliamo prima di tutto da noi stessi. Invece per evolvere bisogna ascoltarsi, e non limitarsi mai”.

Come arrivano le idee?
“Seguendo una voce interiore, che non so spiegare. Più sono tranquillo, più la sento. Sto tornando alla mia vita solitaria di ragazzo, immersa nella natura. Ricordo che anche allora avevo chiaro che cosa fosse importante, cosa futile, cosa frivolo”.

Poi che cosa è cambiato?
“Ho perso l’equilibrio per lungo tempo. Tutti abbiamo bisogno di amici, metropoli e vita sociale. Sono passato attraverso periodi folli e ipermondani, soprattutto agli inizi della carriera. E’ stata una lezione necessaria senza la quale oggi non sarei quello che sono”.

Torniamo al primo lavoro. New York, Andy Warhol che affida le copertine della sua rivista Interview a un David appena diciottenne. Che cosa si porta dietro, di lui?
“La sua frase: “Fai quello che vuoi, solo fallo molto bene”. E la sua vita, vista da vicino. Negli anni Settanta e Ottanta New York è stata crudele con lui, aveva rifiutato la sua arte. Interview invece funzionava e di questo era felice. Eppure non si è mai piegato alle opinioni altrui: lavorava per se stesso”.
“Fai quello che vuoi, solo fallo molto bene”. LaChapelle come lo fa?
“Sto ancora cercando di capirlo”.

Una sua regola?
“Non voglio che le mie immagini sembrino snapshot (istantanee ndr), le voglio molto composte”.

I suoi fiori sembrano dipinti, persino sfumati.
“Ho usato una luce molto bassa, una lunghissima esposizione, ho messo fumo nell’aria. Volevo un effetto pittorico”.

Si stancherà mai dell’eccesso? O siamo solo a metà strada?
“Capisco che le mie immagini possano sembrare eccessive, a me pare lo sia certa arte contemporanea, molto di tendenza”.
Invece LaChapelle?
“Cerco un modo per raggiungere le persone. L’arte deve parlare del suo tempo, il più chiaramente possibile. Non mi sento nemmeno a metà strada, piuttosto un debuttante”.

Esagerare è uno dei sistemi per arrivare all’essenza delle cose?
“In teoria. In pratica, mentre creo non penso affatto di esagerare. Mi sembra giusto così”.

Così come?
“Così come le cose vengono. Non penso a parole, ma a immagini che scorrono in testa, mescolate a sensazioni”.

I suoi set sono complicatissimi. Come li organizza?
“Mi viene l’idea, faccio gli schizzi preparatori, imposto il set in studio e ….. succede subito qualcosa. Lo tengo aperto, chiunque può intervenire”.

Con i fiori sarà stato più semplice che con le persone
“Molto più lungo, invece! Li muovi, ti sposti, stanno meglio così, forse visti da qui, quindi riprovi: non sai mai quando hai finito. Poi entra qualcuno, porta un carciofo…”.

Quanto tempo ci è voluto per ogni set floreale?
“Molto tempo, anche per la stampa. Volevo dettagli perfettamente a fuoco e grana perfetta”.

La durata media di un bouquet?
“Preferisco dirle il totale: per farli tutti, ci sono voluti più di due anni”.

La sua casa, com’é?
“Adoro il vuoto. Non colleziono oggetti, né arredi. Ma se un amico mi regala qualcosa, lo tengo per sempre. Sono circondato dall’arte degli amici, è come averli intorno, mi piace”.



David LaChapelle è più felice o più melanconico? 

“Devo lavorare sodo per non cadere in depressione. Le medicine con me non funzionano, per sconfiggere la mia bipolarità devo estenuarmi fisicamente. Se mi stanco, nuoto o yoga che sia, mi tengo in equilibrio. E poi, minimo di otto ore di sonno. Credo di aver trovato “la via” e sto molto attento a rimanerci, soprattutto quando mi accorgo che sto per ricadere in una fase maniacale, dove lavorerei giorno e notte”.

Si pensa meglio quando si è immersi nella luce o al buio?
“In entrambi i casi, purtroppo. Spesso nel mio studio di Los Angeles scatto senza sosta fino a quando spunta il sole, proprio non me ne accorgo”.

E le otto ore di sonno?
“Appunto: quando lavoro così, dopo devo recuperare”.

Ripensi alla sua infanzia: ricorda un’immagine che l’ha colpita?
“Sono in macchina con i genitori, ho 8 anni, passiamo davanti a una chiesa e vedo un matrimonio. La stessa sera, siamo in un motel, nel buio c’è una macchina parcheggiata, con la scritta Just married: dentro, una sposa che piange, sola”.

Come si sopravvive a talento e privilegi? Alcune star si autodistruggono.
“Basta ricordarsi che pensiamo di possedere le cose, ma è tutto in affitto. E che quando capita una disgrazia non è detto che sia la fine: può essere un inizio”.

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