Osservatorio Digitale July 2014

Per i più distratti o disinteressati di fotografia, è semplicemente il regista del recente spot televisivo Schweppes con protagonista una Uma Thurman in versione femme fatale. Per i galleristi e i collezionisti che su di lui hanno puntato e puntano, è una versione 100% fotografica di Andy Warhol dalle grandi potenzialità ancora esprimibili. Per gli appassionati di fotografia e di arte, è fonte di ispirazione per le sue rivisitazioni e citazioni pop - sempre coloratissime - dei capolavori della pittura rinascimentale. Per chi ha partecipato alla presentazione organizzata da Phase One in un caldo pomeriggio milanese di inizio giugno, è stata l'occasione per conoscere e ascoltare di persona chi è riuscito a passare dalla fotografia fashion, celebrity ed editorial alla fotografia d'arte restando sempre fedele a se stesso e mantenendosi ai livelli più alti della fotografia mondiale. Ecco il nostro reportage dell'incontro milanese con David LaChapelle. L'occasione nasce con il contributo di Phase One, di cui David è utilizzatore e testimonial, per la presentazione ufficiale del dorso medio formato IQ250, il primo del suo genere basato su un sensore CMOS e che proprio per questa caratteristica sta suscitando grande curiosità da quando è stato annunciato originariamente nel marzo 2014. E proprio per rimarcare l'eccezionalità del doppio evento, è stato proprio il CEO Henrik Håkonsson a guidare la partecipazione della pattuglia danese alla manifestazione organizzata con il supporto di Mafer, uno dei rivenditori italiani di Phase One.

David LaChapelle, nato fotograficamente in analogico come del resto tutti i baby boomers suoi coetanei, spiega questa sua preferenza per il medio formato digitale in termini di nitidezza: "Ai tempi della pellicola dovevo combattere contro una grana che, a certi ingrandimenti, poteva finire con l'assumere le dimensioni di una palla da golf", ricorda senza segni di nostalgia. "Lavori su grande scala come i miei sono stati resi possibili dai progressi tecnologici del digitale, e la scelta di Phase One nasce da una ricerca di uno strumento che mi permettesse di esprimere la mia visione creativa in maniera tecnicamente ineccepibile", cosa che si può verificare di fronte a stampe che possono raggiungere 275 x 180 cm come nel caso della recente serie Land Scape, un inno all'industrialismo che ritrae finte stazioni di servizio e raffinerie petrolifere (scelte da LaChapelle come elemento più rappresentativo della rivoluzione industriale) pazientemente costruite con comuni materiali come cannucce da bibita, bicchieri di plastica, bigodini, cartoni delle uova e persino vecchi telefonini, illuminate da minuscoli LED e fotografate on location di notte tra la lussureggiante vegetazione di Maui oppure al tramonto sullo sfondo del Joshua Tree Park.

Alle finte raffinerie David è arrivato dopo un lungo percorso iniziato a 17 anni con la scelta di abbandonare gli studi della high school per iniziare a collaborare con alcune gallerie dell'East Village newyorkese: un'esperienza che gli insegnerà molto dal punto di vista artistico e tecnico, in particolar modo per quanto riguarda la valorizzazione della luce naturale, ma che per sua stessa ammissione è particolarmente avara dal punto di vista economico. Poiché affitti e bollette vanno pagate, David si rivolge allora al mondo dell'editoria e inizia a collaborare con la rivista Interview, pubblicazione fondata sul finire degli anni Sessanta da un ristretto gruppo di artisti capitanati da Andy Warhol e le cui pagine sono servite (e servono tuttora) da palestra e vetrina per talenti emergenti come Bruce Weber e Herb Ritts.

Sarà l'inizio di un percorso artistico e professionale che farà di David LaChapelle un autore di grande successo nei campi della moda e dei ritratti di celebrità, per non parlare dei numerosi lavori pubblicitari svolti sia come fotografo che come regista. Una carriera che lo porterà a stringere sodalizi artistici con stelle del cinema, della musica e dello sport, e che subirà una brusca quanto volontaria interruzione nel 2005. "Stavo attraversando un periodo difficile della mia vita, che oltretutto era letteralmente fagocitata dal lavoro", ricorda David. "Fu allora che si scatenò la controversia intorno a un mio servizio per Vogue Italia ispirato da una visita che avevo fatto a mia mamma e mia sorella in Florida nell'imminenza dell'arrivo di un tornado. Le mie modelle ritratte su uno sfondo di case distrutte (in realtà il set cinematografico de La Guerra dei Mondi, NdR) apparvero in concomitanza con la tragedia dell'uragano Katrina, una coincidenza che mi portò ad essere accusato da più parti di voler speculare sui drammi altrui - nonostante avessi scattato quelle immagini quattro mesi prima della devastazione di New Orleans".

Dopo questa proverbiale goccia, David si ritira in un appezzamento di terra immerso nella lussureggiante cornice delle foreste hawaiane e inizia a lavorare come coltivatore, convinto con tristezza di aver concluso per sempre la sua venticinquennale carriera fotografica. Ma di lì a qualche tempo sarà la telefonata di una galleria tedesca con la proposta di tornare a scattare in completa libertà creativa, a fargli cambiare nuovamente idea: e il segno di questa rinascita artistica sarà un omaggio ai grandi maestri rinascimentali, da lui sempre amati, con la personalissima rielaborazione del Diluvio Universale dipinto da Michelangelo sulle volte della Sistina. Deluge, non a caso una delle opere iconiche di LaChapelle, è frutto di un progetto durato quasi un anno svolgendo un tema che - riallacciandosi a Katrina - appare svolgere una funzione catartica sulla sensibilità dell'artista. I personaggi ritratti in Deluge sono consci dell'imminenza della catastrofe definitiva eppure si sostengono e si consolano a vicenda lanciando un messaggio antitetico alle esperienze di violenta anarchia registrate a New Orleans nelle giornate più difficili dell'emergenza post-alluvione.

Da allora David LaChapelle si è quasi completamente dedicato a sviluppare la propria vena artistica, intervallando questa attività con qualche lavoro di regia pubblicitaria, per affermare uno stile dai colori intensi, facilmente riconoscibile, che affonda le radici nella pop art senza rinunciare come detto ai richiami dell'arte classica. Imperdibile, per chi volesse capire meglio l'uomo e l'artista, l'opera Self-portrait as a House (Autoritratto in forma di casa) del 2013, nella quale ogni stanza dell'edificio propone una sfaccettatura della personalità presente e passata di David.

Un distacco dal linguaggio visivo consueto è avvenuto con Gas Stations e Refineries, le ultime due serie prodotte da David e riunite nella mostra Land Scape, dove l'assenza di modelli umani suggerisce che, forse, il Moloch industriale si muove ormai di vita propria, servitore in via di affrancamento dai propri padroni di fronte al quale si erge, sola, la Natura nell'imminenza di uno scontro dagli esiti incerti.

Lo stile a volte pittorico e a volte artificiale degli scatti, la ricchezza di particolari, gli effetti di luce e di colore sono la conseguenza di un meticoloso lavoro di preparazione che, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, lascia un ruolo marginale al fotoritocco. "Pianifico le mie fotografie in modo molto organico, dedicando molto tempo al design prima di procedere allo scatto finale", ci dice David. "Il mio modo di ragionare è del tutto analogico, come si può verificare guardando i video dei making of di alcune mie opere. Prendi il mio Self-portrait as a House: abbiamo costruito per davvero una casa, le persone che vedi erano lì, su un set reale. Possiamo dire che il mio lavoro segue un processo analogico che culmina in una fotocamera digitale... ed ecco allora che la fase di ritocco è schiava della foto, non la sua padrona. Nella postproduzione posso decidere di modificare leggermente qualcosa, ma non è mai qualcosa di pianificato a priori".

Facciamo osservare a David come il suo arrivare ai vertici di una carriera fotografica, chiuderla improvvisamente per poi ripartire in un ambito diverso per concretizzare il sogno originale di poter fare arte in piena libertà continuando a ottenere un successo indiscusso a livello globale - come provato dalle decine di fan assiepati in attesa di un autografo mentre stiamo parlando - sia un punto d'arrivo tanto invidiabile quanto inusuale, che può tuttavia servire da sprone e ispirazione a molti giovani. "È vero, i giovani fotografi devono sottostare a tutti - e sono davvero tanti - quelli che dicono loro cosa dover fare. In realtà l'arte non è diversa da tanti altri campi dove bisogna guadagnarsi il privilegio di essere liberi. Quel che in realtà blocca i giovani artisti, anche i giovani fotografi contemporanei, è la loro mente: il dover scegliere se fare arte per il mercato, trasformandola in un business, o fare arte per la storia. Tutti gli artisti si sono dovuti scontrare con questa scelta, guarda per esempio i pittori o gli scultori rinascimentali divisi tra la propria ispirazione e gli obblighi delle committenze. Non è cambiato nulla da allora, la libertà di poter lavorare sui propri concetti come si vuole arriva col tempo e, soprattutto, col rispetto di chi commissiona".

Henrik Håkonsson, soddisfatto della grande partecipazione di un pubblico variegato (non solo fotografi e giornalisti, ma anche tantissimi appassionati e studenti), sottolinea come il continuo sospingere verso l'alto i limiti tecnici delle fotocamere sia semplicemente frutto di una ricerca che punta a eliminare le limitazioni creative per permettere all'artista di concentrarsi sulla propria visione. "Questo per noi significa non scegliere mai comode scorciatoie a basso prezzo. Le soluzioni che adottiamo non devono essere per forza le più costose, ma senz'altro devono essere le migliori. E le migliaia di ore di lavoro che dedichiamo ai nostri prodotti si vedono non quando hai la luce ideale o lo scatto facile, ma quando ti trovi in condizioni difficili. Per questo ritengo che il mercato sia destinato a polarizzarsi verso due estremi eliminando la gamma intermedia dei modelli".

Sull'introduzione della tecnologia CMOS, Håkonsson conferma che non si tratta di un esperimento passeggero né, al contrario, di un abbandono della tecnologia CCD adottata fin qui: in realtà entrambe le tipologie di sensore sono destinate a convivere nella linea di prodotti Phase One, dal momento che vi sono fotografi che preferiscono l'una e altri fotografi che prediligono l'altra. "Chi siamo noi per giudicare cosa sia meglio? Ecco perché continueremo a sviluppare due linee distinte", afferma Håkonsson rivelandoci come l'azienda stia attualmente lavorando a tre nuovi sensori CMOS e CCD, oltre a preparare importanti novità ("qualcosa a cui nessuno ha mai pensato finora", ci dice con fare misterioso) che saranno presto annunciate relativamente a Capture One, il software di sviluppo digitale e postproduzione della Casa danese.

A differenza di altri concorrenti, Phase One conferma di voler mantenere la propria focalizzazione sul medio formato professionale senza lanciarsi in avventure riguardanti fotocamere di piccole dimensioni - compatte o mirrorless che siano - nel tentativo di monetizzare il brand in segmenti che nulla hanno a che fare con il core business dell'azienda. E già che stiamo parlando di concorrenti, chiediamo a Håkonsson un commento sul fatto che il sensore CMOS del dorso IQ250 sia il medesimo, prodotto da Sony, utilizzato anche da Hasselblad per la H5D-50c: "È vero, il sensore è lo stesso ma noi abbiamo lavorato al suo design insieme a Sony per due anni: in questo modo sappiamo come calibrare i pixel individuali o attivare determinate funzioni. Alla fine se si scatta a ISO 50 in condizioni ottimali non vi sono differenze tra Phase One e Hasselblad; ma basta cambiare le condizioni di scatto o volere una profondità di campo maggiore che emergono i frutti di questa collaborazione. Negli ultimi dieci anni abbiamo sempre lavorato con chi produce i nostri sensori, e non ci interessa che anche altri possano accedervi: l'importante per noi è restare davanti agli altri e completare il sensore con un intero ecosistema a partire dal software".

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