La Stampa October 12, 2014

«Landscape», una nuova mostra di David LaChapelle è allestita alla Galleria Robilant + Voena, a Milano. Marco Voena è con Jacqueline e me all’Hotel Armani. Abbiamo appena incontrato per caso Sophia Loren, a pranzo con un amico. È un bel momento, un momento italiano, e David LaChapelle dice che fotografare Sophia sarebbe un sogno; forse lo farà entro la fine dell’anno a Los Angeles.

Perché vuole fotografare Sophia?
«“La ciociara” sarebbe già una ragione sufficiente. È una delle più grandi bellezze di tutti i tempi. Ha un viso incredibile».

Crede ancora che la macchina fotografica sia l’arma più potente del mondo?
«Ho sempre pensato che l’arte possa cambiare il mondo e credo che molte delle informazioni che riceviamo oggi - notizie 24 ore su 24, tante immagini, tutti che fotografano tutti con il cellulare - possono provocare quasi un senso di apatia. Tutte le guerre in tv, Ucraina, Siria, ebola, Hong Kong, alla fine la gente guarda i notiziari come se fossero intrattenimento. In America lo chiamano “infotainment”, informazione-spettacolo».

In che cosa consiste il suo lavoro?
«È un tentativo di trascendere queste cose, per dare una pausa, non solo informazione. Io rispetto il giornalismo e la fotografia, non mi metto in concorrenza con loro né li svaluto. Di recente sono tornato in aereo dalle Hawaii e quando sono sceso ho visto immagini della Corea del Nord senza il sonoro: ho pensato che fossimo in guerra».

Per che cosa si sta battendo?
«Nella mia prima intervista avevo detto: “L’arte può cambiare il mondo”. Ho ancora questo ideale. Faccio mostre nelle gallerie. Fotografo, ma quello che faccio è dedicare il mio impegno a creare immagini che ispirino le persone, che trascendano la realtà, che diano un momento di bellezza. Per me, in questo momento la chiave è l’illuminazione personale. L’avidità sta rovinando il Pianeta».

Qual è il suo lavoro oggi?
«Sono stanco di arte contemporanea che non ha nulla da dire, che è impossibile da decifrare, che provoca solo intelligente stupore. Sono stato un outsider nel mondo della moda e ora sono un outsider nel mondo dell’arte».

Ha davvero cambiato qualcosa con le foto di moda che ha scattato?
«Nessuno al mondo sta facendo quello che sto facendo io nel mondo dell’arte. Non possono farlo, abbiamo inventato un modo per rendere le immagini tanto grandi quanto nitide. Stiamo lavorando in un modo impossibile da copiare. Queste cose sono reali, queste immagini, questi set che costruiamo. Posso dedicare un sacco di tempo al mio lavoro e lo faccio. Nessuno penserebbe che dedico così tanto tempo a un soggetto o a una serie».

Lei soffre?
«Le persone sensibili soffrono più degli altri. Naturalmente soffro, sono un essere umano. Quando lavoro, quando sto creando, questo allevia la mente, la distoglie dal giocare con se stessa, dall’autosvalutazione, dallo restare impigliata. Quando si è nel flusso della vita è più facile combattere i demoni, il lato oscuro che tutti abbiamo. Ma la sofferenza è inevitabile».

Chi sono gli artisti che apprezza oggi?
«In questo momento Pharrell Williams, Luca Pizzaroni e Christian Rosa sono i miei artisti contemporanei preferiti. La loro arte colpisce la gente, la coinvolge e questo mi piace».

A che cosa sta lavorando adesso?
«Ho appena finito un nuovo video per Michael Jackson e Freddie Mercury dei Queen. È un brano del 1982: ho girato alle Hawaii, penso che contenga un messaggio molto forte».

Considera importanti i ritratti?
«Prima fotografavo tutti, ora sono più selettivo, non ho il tempo di fotografare tutti nel mondo del pop. Lavoro di più per le gallerie, per fare un ritratto devo sentirmi ispirato e dev’essere una persona con un po’ di storia».

Chi hai amato fotografare?
«Mi è piaciuto fotografare Mohammad Ali e Tupac Shakur. Mi è sempre piaciuto fotografare Pamela Anderson, pensavo che fosse un’idea pop art dell’America. È stato fantastico lavorare con Amanda Lepore e Angelina Jolie. Ho lavorato con Leonardo DiCaprio quando era giovane e ho bei ricordi di quei tempi».

Le piacerebbe fare un film?
«Forse un documentario, un film dove si danza. Amo Sergei Polonuv, era nel Royal Ballet. Dicono che è il miglior ballerino da quarant’anni a questa parte, dicono che è il nuovo Nureyev. Vogliono che faccia un documentario, ne stiamo parlando, vorrei renderlo più simile a un musical, come ho fatto con “Rize - Alzati e balla” - un film di danza che è divertente, con una critica sociale, con dei sentimenti, commovente».

Lei è un artista contro?
«No, le cose brutte mi ispirano a fare meglio. Siamo in un nuovo medioevo. La violenza è pornografica, i videogiochi, i film come “Hunger Games”, quelli di serial killer, torture e brutalità che diventano intrattenimento. Guardiamo la gente soffrire, vediamo spettacoli dedicati a veri crimini, non siamo diversi dai romani nel Colosseo. Per me è medioevo quando regnano brutalità e avidità».

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