Architectural Digest April 2012

David LaChapelle, lei, che tradisce nel nome l’origine europea di una famiglia ugonotta emigrata secoli fa dalla Francia in Quebec, ha scelto di vivere alle Hawaii. Perché? Mi piace immergermi nella natura, che in queste isole è davvero fantastica, e vivere secondo i suoi ritmi. La mia casa è una fattoria nella giungla, in mezzo alle vegetazione tropicale e agli animali. Qui, per esempio, sono diventato vegetariano, mangio verdura, uova, e soprattutto frutta: banane, noci di cocco, ananas, mango, papaie. Già da ragazzo vivevo nella natura, ma in una condizione di solitudine, mentre qui mi circondo di molti amici. Appena posso fuggo a Maui da Los Angeles, o da NewYork, dove posseggo altre abitazioni, che però amo molto meno.

Come sono dunque le sue case?

A Maui tutto è molto rustico. L’arredamento è in legno, ricavato dalle piante esotiche. Ci sono molte panche, disseminate all’interno e all’esterno, secondo lo stile locale, perfette per rilassarsi. Per le mie case di New York e Los Angeles, situate tutte e due nei quartieri storici, ho scelto arredi più pregiati come mobili déco mescolati ad altri di designer contemporanei: per esempio, di Christian Audigier. Mi piace l’eclettismo. Inoltre amo conservare gli oggetti che raccolgo viaggiando, o regalati dagli amici.

A New York, sta per ricevere il premio Artist of the Year assegnatole dal Tel Aviv Museum of Art per il suo contributo alla visual art. Che significato ha per lei? Non sono i premi che mi fanno lavorare. Non provo alcun particolare orgoglio, anche se ho rispetto nei confronti di chi se li è aggiudicati prima di me. Per esempio Cy Twombly, o Jeff Koons… Tutto il mio impegno è rivolto alla gente che deve godere della mia opera, voglio essere vicino al loro cuore, questa è la cosa che conta di più per me. Ci racconti di Andy Warhol che le permise per la prima volta di avvicinarsi al pubblico grazie alla pubblicazione di sue foto su una rivista cult come Interview?

Allora non avevo neanche vent’anni. Andy Warhol mi lasciò molto libero, diceva soltanto “Vai e fotografa quello che vuoi, ciò che conta è che nelle foto tutto appaia bello.”Il primo scatto per lui fu Beastie Boys: Times Square, del 1986. Però, standogli al fianco, cominciai presto a capire che il pubblico sa essere anche molto volubile: prima ti ama, poi ti abbandona. Vedendo come sono andate le cose per Andy negli anni ‘80, ho capito come possa tradirti e quanto spesso sia opportuno non assecondarlo troppo.

Fu allora che iniziò a prendere in mano la macchina da presa che l’ha reso famoso anche come regista?

Sì, ho cominciato a quell’epoca a fare film. Lui ne girava molti, ma non ne ho mai realizzati ‘per lui’…

C’è chi la paragona a Federico Fellini. Che ne dice?

Sì, in effetti fra noi c’è qualche punto di contatto: il gusto per il sogno, per la caricatura, per l’esagerazione. Vidi una sua mostra a Roma, nel 1995, mi impressionò molto.

La serie “Earth Laughs in Flowers”, esposta a Londra, Milano, St. Moritz da Robilant+Voena, segna una svolta nelle sua produzione fotografica. Non celebrities, ma fiori. Dall’ipermondanità alla meditazione sulla vanitas...

Sì, ora sono più attento, più consapevole e riflessivo. I soggetti di queste mie ultime opere, che hanno richiesto due anni di lavoro, rimandano ancora una volta alla natura: fiori, frutti, carciofi, ma ci sono anche oggetti comuni come dolci, candele, cellulari, protesi, lattine, gadgets in plastica... I fiori, in pieno rigoglio o appassiti, in particolare raccontano storie, rimandano alle differenti stagioni della natura e dell’uomo. Voglio che la gente sia intuitiva e colga messaggi: la fragilità e la fuggevolezza delle cose.

In che misura ha guardato al passato?

Mi sono sempre ispirato alla mitologia greca, al Rinascimento, al Barocco, ma non ‘reinterpreto’ mai l’arte antica, ‘ri-creo’ in chiave contemporanea. Nelle mie opere il passato è presente semmai sotto forma di simbolo. Gli unici dipinti d’altra epoca che ho ‘reinterpretato’ sono Venere e Marte di Botticelli – con The Rape of Africa –, e Il Giudizio Universale di Michelangelo – con Deluge. Solo le opere che hanno un significato possono avere valore nel tempo…

Quale il suo artista preferito?

Michelangelo! Poi Michael Jackson, assolutamente divino. Porto sempre al collo un ciondolo che è la sua effigie.

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