Architectural Digest, Italia April 2015

Io se fossi una casa
di BEATRICE ZAMPONI

Self Portrait as House appare come una visione (si direbbe freudiana) tra le sale di Palazzo delle Esposizioni a Roma, dove il fotografo David LaChapelle ha appena inaugurato una grande retrospettiva. Lo scatto rappresenta un;enorme costruione, una casa alta tre piani animate in ogni stanza da una messa in scena: è un rebus da interpretare, una descrizione per immagini della personalità dell’artista. Una donna al centro della composizione stringe a sé un mambino e, come una santa, alza gli occhi al cielo. Un groviglio di corpi nel salotto combattono ricordando una centauromachia, mentre un’altra figura femminile nuda barcolla circondata da bottiglie cuote e pillole. «Sono tutte metafore», la prima riguarda l’amore incondizionato, che non conosce limiti. Gli uomini in lotta invece sono espressione della rabbia e dell’aggressività e poi c’è la dipendenza. Preferisco però non scendere nel dettaglio di tutte le scene. La maggior parte del mio lavoro si basa su un processo istintivo, irrazionale, e cerca una forma di comunicazione diretta con lo spettatore, non vuole spiegargli ciò che verde, ma farglielo sentire, in un flusso emozionale che è simile alla musica. La parola potrebbe quindi inquinare il processo».

Come per tutte le opera di LaChapelle, anche per realizzare questa foto è stato costruito un immense set, al quale ha lavorato per una settimana un team di circa 50 persone. «Abbiamo scattato tutte le situazioni in simultanea, la casa non era una semplice scenografia, ma una struttura solida che poteva realmente essere “abitata”. Quando lavoro sono totalmente coninvolto in ogni fase del processo. Faccio degli studi, spesso con la tecnica ad acquerello e in questo modo l’idea prende forma nella mia mente. Ho amato fin da subito ogni aspetto della pratica fotografica, il lato sociale di realzione con gli altri, la messa in scena e allo stesso modo la solitudine della camera oscura».

Nato in Connecticut nel 1963, LaChapelle arriva a New York dopo aver studiato arte e diventa immediatamente un enfant prodige. Non ancora ventenne Andy Warhol lo arrouola nella scuderia dell’iconica rivista Interview e la sua carrier decolla. Negli anni 90 LaChapelle è il fotografo delle star, farsi immortalare da lui significa raggiungere uno status. E dentro la lente visionaria del suo obiettivo ci sono finite proprio tutti, perino Hillary Clinton nel giorno in cui lascia la Casa Bianca da First Lady e diventa Senatrice di New York. Alexander McQueen è trasformato in una cortigiana incendiaria, Madonna in una divinità di un futuristico Pantheon, mentre il corpo senza vita di Michael Jackson, stretto tra le braccia di un moerno Gesù, diventa la versione della Pietà più pop della storia. Adesso però il tempo delle celebrities è finite. «La moda è stata un campo di sperimentazione prezioso in anni in cui non si poteva davvero prevedere che da quell contest sarebbe nata vera creatività, è stata una stagione stupenda, ma ora ho scelto di spingermi oltre, smettere di scattare divi per I magazine e dedicarmi unicamente alla mia ricerca personale».

A partire dal 2006 infatti il guesto paradossale ed eccessivo delle sue oniriche, ma al contempo iperrealistiche visioni, I colori saturi e fiammanti, sono divenuti con sempre maggiore chiarezza strumenti per commentare una società gretta e per svelarne I tabù sottoponendo apertamente agli occhi dello spettatore questioni fondamentali come l’identità sessuale, l’emarginazione o’abuso di minori. Ppera esemplificativa di questa transizione è The Rape of Africa ispirata al tema dei bambini soldato, dove una botticelliana Naomi Campbell assiste allo strazio di un continenete, mentre Marte, l’uomo bianco, dorme sopito, circondato da putti che imbracciano armi letali.

Anche nell’affrontare temi drammatici l’uso di un’estetica seducente rimane parte imprescindibile del linguaggio di LaChapelle. «Fin dai primi lavori che presentai a Warhol la bellezza era un element dominante, I miei scatti si staccavano nettamente dale atmosphere cupe che si vedevano in quegli anni dominati dal punk. Mi scelse proprio perché aveva intuit la diversità della mia visione, e nell’unico incontro in cui abbiamo parlato veramente di fotografia il suo consglio era stato di carcare sempre di far apparire le persone al meglio, perché solo questo contava. Oggi in qualità di artista consider la bellezza uno strumento di communicazione irrinunciabile. Al mondo c’è già talmente tanto orrore e bruttezza che sent oil dovere morale di mostare ciò che repute bello».

È infatti un tema evidentemente nevralgico anche in Deluge, l’opera principale esposta a Roma, che mette in scena un diluvio ispirato a quello di Michelangelo nella Sistina, con riferimento ai tempi instabili nei quali stiamo vivendo, dove Guerra, violenza e consumismo sfrenato stanno portando alla deriva. «Michelangelo parla della preziosità della vita attraverso la manifestazione della bellezza del corpo umano che diventa la prova dell’esistenza di Dio. È esattamente lo stesso approccio che ho io nei confronti del nudo. Di questo grande genio amo la teatralità che sento come forte element commune. Nelle sue opera si consuma un drama e una narrazione: i suoi personaggi sembrano sempre in procinto di parlare, I tessuti svolazzano nell’aria, gli occhi s’infuocano Nessun altro artista mi communica vibrazioni così potenti».

Il diluvio per LaChapelle non è solamente un element negative, ma è anche un momento di azzeramento e di riconstruzione. In un’altra opera del ciclo infatti dai detriti di un mondo ormai sommerso emerge in tutto il suo candor una scultura neoclassic ache appare all’orizzonte come un isola di salvezza. «Solo l’arte può salvarci dalla distruzione, l;arte e la storia dell’arte sono la nostra memoria e la nostra indentità ed è da qui che dobbiamo ricominciare, senza naturalmente confronderci con I falsi miti del mercato e con la speculazione che tanta parte sta avendo oggi nel panorama contemporaneo».

Dopo aver scattato in luoghi incredibili come la Chemosphere House di Los Angeles del celebre editore Taschen, quando nel 2006 LaChapelle abbandona il mondo del glamour si trasferisce alle Hawaii. Oggi la sua casa è in una grande tentuta, dove si cltiva biologico e si usano energie alternative. «Mi sono innamonrato di questa terra, è senza dubbio la location dove adcesso amo di più fotografare e dove ho ambientato anche diversi degli scatti presenti in mostra, nei quali ho eliminato la presenza umana. La natura è insieme all’arete l’unico elemnto attraverso il quale possiamo avvicinarci all’idea del sublime. Molte delle decisioni importanti della mia vita le ho prese lontano da ogni rumore del mondo, avvolto proprio dal silenzio della natura. Per questo, parloando ai ragazzi all’Academia di Belle Arti di Roma durante una lectio ho detto loro di spegnere tutte le connesioni con il mondo esterno, Facebook, Twitter e il resto, e di cerecare nella solitudine l’ispirazione. Perché è unicamente quando ti raccogli nell’isolanmento che puoi sentire quale sia la tua direzione profonda».

Come per tutte le opera di LaChapelle, anche per realizzare questa foto è stato costruito un immense set, al quale ha lavorato per una settimana un team di circa 50 persone. «Abbiamo scattato tutte le situazioni in simultanea, la casa non era una semplice scenografia, ma una struttura solida che poteva realmente essere “abitata”. Quando lavoro sono totalmente coninvolto in ogni fase del processo. Faccio degli studi, spesso con la tecnica ad acquerello e in questo modo l’idea prende forma nella mia mente. Ho amato fin da subito ogni aspetto della pratica fotografica, il lato sociale di realzione con gli altri, la messa in scena e allo stesso modo la solitudine della camera oscura».

Nato in Connecticut nel 1963, LaChapelle arriva a New York dopo aver studiato arte e diventa immediatamente un enfant prodige. Non ancora ventenne Andy Warhol lo arrouola nella scuderia dell’iconica rivista Interview e la sua carrier decolla. Negli anni 90 LaChapelle è il fotografo delle star, farsi immortalare da lui significa raggiungere uno status. E dentro la lente visionaria del suo obiettivo ci sono finite proprio tutti, perino Hillary Clinton nel giorno in cui lascia la Casa Bianca da First Lady e diventa Senatrice di New York. Alexander McQueen è trasformato in una cortigiana incendiaria, Madonna in una divinità di un futuristico Pantheon, mentre il corpo senza vita di Michael Jackson, stretto tra le braccia di un moerno Gesù, diventa la versione della Pietà più pop della storia. Adesso però il tempo delle celebrities è finite. «La moda è stata un campo di sperimentazione prezioso in anni in cui non si poteva davvero prevedere che da quell contest sarebbe nata vera creatività, è stata una stagione stupenda, ma ora ho scelto di spingermi oltre, smettere di scattare divi per I magazine e dedicarmi unicamente alla mia ricerca personale».

A partire dal 2006 infatti il guesto paradossale ed eccessivo delle sue oniriche, ma al contempo iperrealistiche visioni, I colori saturi e fiammanti, sono divenuti con sempre maggiore chiarezza strumenti per commentare una società gretta e per svelarne I tabù sottoponendo apertamente agli occhi dello spettatore questioni fondamentali come l’identità sessuale, l’emarginazione o’abuso di minori. Ppera esemplificativa di questa transizione è The Rape of Africa ispirata al tema dei bambini soldato, dove una botticelliana Naomi Campbell assiste allo strazio di un continenete, mentre Marte, l’uomo bianco, dorme sopito, circondato da putti che imbracciano armi letali.

Anche nell’affrontare temi drammatici l’uso di un’estetica seducente rimane parte imprescindibile del linguaggio di LaChapelle. «Fin dai primi lavori che presentai a Warhol la bellezza era un element dominante, I miei scatti si staccavano nettamente dale atmosphere cupe che si vedevano in quegli anni dominati dal punk. Mi scelse proprio perché aveva intuit la diversità della mia visione, e nell’unico incontro in cui abbiamo parlato veramente di fotografia il suo consglio era stato di carcare sempre di far apparire le persone al meglio, perché solo questo contava. Oggi in qualità di artista consider la bellezza uno strumento di communicazione irrinunciabile. Al mondo c’è già talmente tanto orrore e bruttezza che sent oil dovere morale di mostare ciò che repute bello».

È infatti un tema evidentemente nevralgico anche in Deluge, l’opera principale esposta a Roma, che mette in scena un diluvio ispirato a quello di Michelangelo nella Sistina, con riferimento ai tempi instabili nei quali stiamo vivendo, dove Guerra, violenza e consumismo sfrenato stanno portando alla deriva. «Michelangelo parla della preziosità della vita attraverso la manifestazione della bellezza del corpo umano che diventa la prova dell’esistenza di Dio. È esattamente lo stesso approccio che ho io nei confronti del nudo. Di questo grande genio amo la teatralità che sento come forte element commune. Nelle sue opera si consuma un drama e una narrazione: i suoi personaggi sembrano sempre in procinto di parlare, I tessuti svolazzano nell’aria, gli occhi s’infuocano Nessun altro artista mi communica vibrazioni così potenti.

Il diluvio per LaChapelle non è solamente un element negative, ma è anche un momento di azzeramento e di riconstruzione. In un’altra opera del ciclo infatti dai detriti di un mondo ormai sommerso emerge in tutto il suo candor una scultura neoclassic ache appare all’orizzonte come un isola di salvezza. «Solo l’arte può salvarci dalla distruzione, l;arte e la storia dell’arte sono la nostra memoria e la nostra indentità ed è da qui che dobbiamo ricominciare, senza naturalmente confronderci con I falsi miti del mercato e con la speculazione che tanta parte sta avendo oggi nel panorama contemporaneo».

Dopo aver scattato in luoghi incredibili come la Chemosphere House di Los Angeles del celebre editore Taschen, quando nel 2006 LaChapelle abbandona il mondo del glamour si trasferisce alle Hawaii. Oggi la sua casa è in una grande tentuta, dove si cltiva biologico e si usano energie alternative. «Mi sono innamonrato di questa terra, è senza dubbio la location dove adcesso amo di più fotografare e dove ho ambientato anche diversi degli scatti presenti in mostra, nei quali ho eliminato la presenza umana. La natura è insieme all’arete l’unico elemnto attraverso il quale possiamo avvicinarci all’idea del sublime. Molte delle decisioni importanti della mia vita le ho prese lontano da ogni rumore del mondo, avvolto proprio dal silenzio della natura. Per questo, parloando ai ragazzi all’Academia di Belle Arti di Roma durante una lectio ho detto loro di spegnere tutte le connesioni con il mondo esterno, Facebook, Twitter e il resto, e di cerecare nella solitudine l’ispirazione. Perché è unicamente quando ti raccogli nell’isolanmento che puoi sentire quale sia la tua direzione profonda».

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