Rolling Stone Italia May 1, 2015

Quando arrivo a PalaExpo la giornata promette subito bene, perché ad accogliermi c’è Enrica, addetta stampa bella e gentile, cosa non affatto scontata nel mondo dei press office. L’esposizione è in allestimento e al lavoro ci sono decine di persone intente a sistemare oltre 100 opere di David LaChapelle, artista statunitense classe 1963 che senza dubbio occupa un posto d’onore nella walk of fame della fotografia internazionale.

David LaChapelle, dopo il diluvio sarà visitabile fino al 13 settembre e si concentra in particolare sui lavori realizzati a partire dal 2006, quando LaChapelle crea il suo capolavoro, The Deluge appunto, foto/affresco straordinario e di grandi dimensioni ispirato alla Cappella Sistina. Questa fotografia segna un punto di svolta nella carriera dell’artista, proprio perché creata con l’unico scopo di essere esposta come opera d’arte e non per finire sulle pagine di qualche rotocalco.

Mentre vedo molte persone agitate dirsi tra loro o bofonchiare nervosamente al telefono “sta arrivando, David sta arrivando!” incontro per i corridoi il mitico Gianni Mercurio (curatore dell’esposizione), indaffaratissimo ma super tranquillo, che mi accompagna a fare un giro. «Ho conosciuto David nel 2006 – mi racconta – e quando mi hanno chiesto di incontrarlo ho pensato: sì ok, lo conosco, su Vanity Fair e Vogue… Ma non è proprio il mio tipo d’artista! Mi sbagliavo profondamente» Cioè non lo vedevi come artista? «Beh, c’è un equivoco di fondo che accompagna la sua carriera, perché in realtà il suo lavoro è profondissimo. E poi ha iniziato come artista, non con la moda… Fotografava solo in bianco e nero» Non ci credo…

«Sì davvero. E sai come è passato all’uso del colore? Negli anni ’80 ha visto morire un suo amico di AIDS ed era convinto di avere contratto anche lui il virus. A New York in quei tempi era facile. Quando ha scoperto dalle analisi che invece era sano come un pesce, ha iniziato a vedere la vita a colori» È nata così la storia del fotografo che ha rivoluzionato il concetto di colore nella moda e non solo? «Sì. Il primo importante servizio a colori credo lo fece a Gisele Bundchen, e da lì inaugurò una nuova stagione della comunicazione. Surrealista, o meglio ancora surreale»

Girando per la mostra vedo che il diluvio lo si coglie in più sezioni, oltre che nell’affresco d’ispirazione michelangiolesca, come nelle splendide fotografie (dove per la prima volta scompare dall’obiettivo di LaChapelle la figura umana) dei Musei allagati, dove è evidente il senso di vulnerabilità dell’arte. Così come lo è nel terremoto che travolge Hirst, Murakami, Koons. Un’immagine che sembra abbia fatto arrabbiare non poco il direttore di quello spazio, che si era candidamente prestato a fornire un set all’enfant terrible della macchina fotografica (che si aspettava, d’altronde?).

Eccolo. È arrivato. Me lo presentano e lui, sorridente e cordiale come tutti i suoi assistenti, si scusa dell’attesa e va a sistemare alcune cose in mostra.
«Eccomi da te Rolling Stone!»… Mi racconta subito della familiarità con la rivista «Amo la musica, il rock, e quindi amo lavorare per Rolling. Fare le loro cover è sempre eccitante. Mi entusiasmo perché ci sono cresciuto…»

Certo che tu hai fotografato proprio tutti… Ma cosa cerchi nelle persone?
Dipende, dalla situazione e dal momento. Ogni fotografia ha una storia differente. Solitamente cerco di capire cosa mi interessa, cosa sto cercando. Mi faccio da solo una domanda e mi rispondo con la fotografia.

Oggi ho visto un LaChapelle che francamente non immaginavo. Ti devo dire che conoscendo il tuo lavoro, vedere le tue foto in bianco e nero mi ha stupito…
Ognuno di noi è fatto di tanti capitoli. Cresciamo, cambiamo. Come tutto, il mio lavoro si è sviluppato nel tempo. Sono molto contento di esporre qui e di come sta venendo… Ci sono lavori anche precedenti, ma soprattutto fatti dopo il Diluvio del 2006. È tutta divisa per temi, questa dove siamo ora per esempio è la stanza del materialismo.

La tua arte è percepita in modo molto diverso negli USA piuttosto che in Europa?
Solitamente sì. In America ciò che io fotografo ce l’hanno sotto gli occhi tutti i giorni, e non riescono a cogliere la vera essenza del mio lavoro. Ad esempio, vedi questa foto della famiglia Kardashian? Beh loro qui vedono solo la famiglia Kardashian, mentre io ci vedo l’America, un intero Paese con le sue ossessioni, i suoi limiti, la sua malattia di materialismo. Con questo non voglio criticare gli Usa, voglio semplicemente dire che io là non provo nemmeno a esporre, perché non c’è corrispondenza con i miei messaggi. Mi interessa di più il pubblico europeo. D’altronde l’America non mi ha mai accettato pienamente, fin da bambino, quando ero vittima di bullismo…

Ti lascio andare perché cominciano a guardarmi male, ma dimmi ancora una cosa: è vero che non usi Photoshop?
No. La mia luce la creo sul set. Ho imparato sul campo, ma anche con l’ispirazione, come si usa la luce. Quando lavoro e sono ispirato c’è una sorta di canale che mi attraversa e mi dice cosa fare.


Non sento di appartenere ad alcuna nazione. Però una cosa la posso dire: anche se sono americano, quando sono negli USA mi sento un turista!

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